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Movimento, Emozione, Empatia

I fenomeni che si producono a livello corporeo osservando le opere d’arte.

David Freedberg e Vittorio Gallese, Dipartimento di Storia dell’arte e Archeologia, Columbia University, Dipartimento di Medicina & Chirurgia – Unità di neuroscienze, Università di Parma.

“L’approccio progettuale di TUNED, costruito con il supporto delle neuroscienze, si è fondato nel corso del tempo su alcuni studi sperimentali. Nella sezione Literature del blog pubblicheremo alcuni di questi studi, frutto della ricerca dei membri dell’Advisory Board di TUNED. Oggi partiamo con un lavoro sviluppato da Vittorio Gallese e David Freedberg, neuroscienziato, il primo, dell’Università di Parma, studioso di storia dell’arte, il secondo, alla Columbia University di New York. Si tratta di uno dei primi esperimenti in laboratorio che hanno misurato le reazioni empatiche ed emotive dell’uomo alla semplice esposizione di immagini, opere d’arte e spazi architettonici”

Davide Ruzzon – Architect and the director of TUNED

Premessa

La scoperta dei neuroni specchio e della “simulazione incarnata” (embodied simulation), un meccanismo implicito di modellizzazione delle relazioni intenzionali, non è stata ancora esaminata in tutte le sue implicazioni, per esempio sotto l’aspetto delle reazioni empatiche alle immagini, in generale, e alle opere d’arte visiva in particolare. Qui ci occuperemo del problema, mettendo in discussione il primato cognitivo nelle reazioni all’arte. La nostra ipotesi è che l’elemento cruciale nell’apprezzamento estetico consiste nell’attivazione di meccanismi incarnati in grado di simulare azioni, emozioni e sensazioni corporee, e che questi meccanismi sono universali. Questo livello elementare di reazione è essenziale per capire l’efficacia che hanno su di noi sia le immagini della vita quotidiana che quelle artistiche. Altri fattori storici, culturali e contestuali non invalidano l’importanza della comprensione dei processi neuronali responsabili della percezione empatica delle opere d’arte visive.

Introduzione

Anche se non si è raggiunto un consenso unanime su come definire l’arte, il problema della sua natura (comunque sia definita) ha attratto l’interesse dei neuroscienziati cognitivi che hanno fondato un campo di ricerca denominato “neuroestetica” (Zeki 1999; 2002, pp. 53-76). Sono stati compiuti altri tentativi per desumere regole di percezione universali che spieghino cos’è l’arte e quali piaceri estetici ne ricaviamo, basandosi sulla conoscenza psicofisica e neurocognitiva della parte visiva del cervello.

Qui perseguiamo una strategia diversa: per prima cosa mettiamo da parte la dimensione artistica delle opere visive e ci concentriamo sui fenomeni che si producono a livello corporeo nel corso della contemplazione delle opere in virtù del loro contenuto visivo. Illustriamo i meccanismi neuronali che sostengono il “potere” empatico “delle immagini” (Freedberg 1989) e dimostriamo che la simulazione incarnata e i sentimenti empatici da essa generata svolgono un ruolo cruciale.

La scoperta dei neuroni specchio nei macachi e di analoghi meccanismi imitativi nel cervello umano, insieme alla nuova importanza assunta dai processi emotivi nel campo della percezione sociale, hanno modificato la nostra conoscenza della base neuronale dell’interazione sociale. La ricerca neuroscientifica ha gettato luce sui modi in cui ‘empatizziamo’ con gli altri, sottolineando il ruolo dei modelli impliciti dei comportamenti e delle esperienze altrui, ovvero il meccanismo della simulazione incarnata. La nostra capacità di dare un senso in modo prerazionale alle azioni, emozioni e sensazioni degli altri dipende dalla simulazione incarnata, un meccanismo funzionale attraverso cui le azioni, emozioni e sensazioni che vediamo attivano le nostre rappresentazioni interne degli stati corporei associati a questi stimoli sociali, come se vivessimo la stessa azione, emozione o sensazione. L’attivazione della stessa area cerebrale durante l’esperienza in prima e terza persona di azioni, emozioni e sensazioni suggerisce che, come per il giudizio cognitivo esplicito degli stimoli sociali, vi è probabilmente un meccanismo filogeneticamente più antico che consente una comprensione esperienziale diretta degli oggetti e del mondo interiore degli altri.

La nostra ricerca prevede una fase successiva in cui approfondiamo – all’interno dello stesso schema empatico – l’analisi degli effetti prodotti dalle opere d’arte, in particolare l’immedesimazione in particolari gesti coinvolti nella loro produzione. La maggior parte dei fruitori di opere d’arte hanno dimestichezza con le sensazioni di collaborazione empatica con ciò che si vede nell’opera. Si tratta di una comprensione empatica delle emozioni degli altri rappresentati oppure, in modo più sorprendente, di un impulso all’imitazione interiore delle azioni compiute da altri che si osservano in quadri e sculture. Queste considerazioni ci portano a formulare due dilemmi: quanto conta l’empatia nell’esperienza estetica, e quali sono i meccanismi neuronali coinvolti?

Link all’articolo https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S1364661307000587